Silvio, un amico che non c'è più
Quando ero stato a fargli visita, l'ultima volta, non immaginavo che mi sarei ritrovato, ora, a scrivere queste righe. Avevamo chiacchierato un mezzo pomeriggio nella sua camera, lassù, nell'invitante cascina di Val Faccenda, ed avevamo toccato gli argomenti soliti del nostro conversare: le nostre famiglie, la vita cittadina, il commento dei giornali e, argomento principe, la lingua piemontese.
Nonostante il progredire dei suoi malanni, non avevo mai notato, in lui, un diminuito interesse per ciò che accadeva in paese, anzi, partecipava alle vicende canalesi con l'entusiasmo di un ragazzo e ricordava sempre volentieri il suo passato di amministratore pubblico.
Il suo spirito giovanile lo aveva senz'altro sostenuto quando aveva deciso, a settant'anni, di imparare l'uso del computer. Non iniziavamo mai la conversazione senza un bicchiere davanti a noi e, ogni volta, speravo in cuor mio che mi versasse quell'eccellente aperitivo che egli stesso faceva, trattando l'arnèis con erbe aromatiche.
Arguto ed ironico, amava sempre scherzare, anche sul proprio conto.
Tutti ricordiamo la sua figura comparire sotto i portici, quando ancora scendeva in paese accompagnato dalla moglie Dina. La sua camminata a passetti brevi, la mano destra impegnata a sorreggere il contenitore dell'ossigeno.
A chi gli domandava: "Com va-ti Silvio?" lui, ammiccando con quegli occhietti dal taglio orientale, indicava il contenitore e, con cadenza placida, rispondeva: "Vog-ti nen? Vòn a gas", oppure: "Con an pugn e 'n càuss e gasandme na frisa, la foma 'ndé"
D'animo sensibile, amava scrivere in piemontese le sue emozioni, ricorrendo alla prima lingua che aveva imparato dalla mamma: un parlare che risentiva dell'influenza torinese, nel quale inseriva volentieri termini meno usuali, recuperando vocaboli originari del piemontese antico.
Le sue poesie esprimono sensibilità per il bello, l'amore per le colline, i monti, la natura. Spesso traspare, nei versi, la gioiosa scoperta delle cose semplici, in cui si intravede l'entusiasmo del bambino.
L'amore, evocato con freschezza, e la primavera più volte celebrata, trasmettono un sentimento di serenità e di speranza e si armonizzano con quello spirito giovanile a cui ho accennato.
Le opere di Silvio, alcune delle quali ricevettero premi in concorsi letterari, furono, in parte, pubblicate su riviste che trattano la conservazione della lingua piemontese e su giornali locali. Silvio, socio attivo della "Companìa dij brandé" e del Centro Studi Piemontesi, aveva collaborato, anni orsono, con la "Gazzetta del Roero", curando una rubrica dedicata al piemontese; aveva promosso corsi di piemontese nelle scuole e presso la biblioteca; aveva portato a Canale, nel 1991, la Festa dël Piemont e, da ultimo, aveva contribuito alla ricerca del nostro Comune sull'antica toponomastica del centro storico canalese.
Ora Silvio ci ha lasciati e il vuoto ci sembra incolmabile. Il paese intero glielo ha dimostrato, facendogli visita nella sua casa e partecipando al funerale in un ideale abbraccio a Dina, Lea e Luca, che lo avevano assistito con vero amore, ed al fratello Dante.
Oltre al ricordo di lui, ci restano le sue liriche. Una, in particolare, mi ha colpito, perché pare un atto scaramantico, in linea con il carattere di Silvio, che disputa con la temibile Avversaria e la rimprovera per aver osato avvicinarsi a lui. È inedita. L'aveva scritta quasi trent'anni fa, in un momento critico per la sua salute, ma non se ne conosceva l'esistenza. La famiglia l'ha rinvenuta ora, tra le sue carte e, gentilmente, ne ha concesso la pubblicazione.
Ciao Silvio. Com'era scritto sul tuo manifesto: "Adess ët peuli core për ij pra e le vigne dël Paradis, sensa tribulé".
Corrado Quadro

